IL PEDEROBBESE GIOVANNI DALLA COSTA,

PROTAGONISTA DI UNA VICENDA UNICA

 

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Una saga straordinaria, quella vissuta dal pederobbese Giovanni Dalla Costa, che inizia e finisce nel nostro paese e ha come protagonista uno di noi, un emigrante che ha fatto della sua vita un vero romanzo oggi raccontato anche in un libro.

"Jack Costa L'epopea di Giovani Dalla Costa il trevisano che cercò l'oro in Alaska e lo trovò" di Dario De Bortoli.

 

 LA STORIA IN BREVE

 

La mattina del 9 aprile 1903 un grido di trionfo squarcia gli infiniti silenzi dei ghiacci alaskani: “By Godda, I gotta de gold!”.

A lanciarlo è Jack Costa, cercatore veterano, giunto in Alaska quattro anni prima della grande corsa all’oro del Klondike raccontata da Jack London.

“Perdio, ho trovato l’oro!” urla quella mattina al mondo Giovanni Dalla Costa, partito emigrante a diciott'anni da Pederobba per aiutare la famiglia messa in ginocchio da un incendio senza immaginare l'epica avventura che l'attendeva.

Come guidato da un’ispirazione, non segue le rotte dell’emigrazione veneta di massa verso il Brasile ma percorre invece una sua singolare traiettoria che lo spinge verso le frontiere del Nuovo Mondo sino a raggiungere nel 1888 la California e poi lo stato di Washington, dove lavora nelle miniere di carbone. Qui viene a sapere che la sua famiglia, stremata dalle difficoltà, è emigrata in Brasile. E sempre qui viene raggiunto dal fratello Francesco.

Ma la febbre dell'oro lo brucia: nel 1892, lasciati il fratello e gli amici, raggiunge da solo Nome, porto di navi baleniere sulla costa alaskana. Lo attendono lunghe solitudini, grandi imprese e immense fatiche in un ambiente estremo, fatto di giorni senza luce, notti senza buio e temperature inferiori ai 50° sottozero.

Così Giovanni Dalla Costa diventa Jack Costa, pioniere e cercatore d'oro: lui, contadino veneto, impara a costruire una barca, a cacciare gli alci, a difendersi dai lupi e a commerciare con la slitta trainata dai cani. Per undici anni, a volte con il fratello e gli amici giunti a loro volta sui ghiacci, altre volte da solo, scava pozzi stretti e profondi sino a 15 metri nel terreno sciolto un po' alla volta con fuochi di legna fra scenari così descritti da un testimone dell'epoca:

 

“Un silenzio d’oltretomba regnava sulle distese di neve. L’oscurità si faceva più pesante e cupa per i fumi che venivano dagli scavi sul terreno dai quali a tratti usciva un’indistinta figura. Gli uomini non erano facilmente distinguibili perché si aggiravano nei cunicoli delle loro miniere come dei conigli nelle loro tane. Sulla cima di un pozzo, qua e là, si poteva scorgere un affaticato gnomo che girava la ruota di un argano e svuotava i secchi di terriccio e fango che venivano dal piccolo scavo sotto di lui. Il bagliore rosso dei fuochi nella penombra indicava che stavano ricominciando gli scavi. Dappertutto c’era neve, muschio e nebbia che smorzavano tutti i rumori. Sembrava proprio di essere all’inferno, ma faceva un freddo terribile”.

 

Per l’intero inverno si scavava così, al buio, al gelo, soprattutto senza disporre dell’acqua necessaria per separare la terra dall’oro e verificarne la presenza e la quantità. Solo l’acqua del disgelo di primavera avrebbe permesso di capire se si era lavorato per qualcosa o per nulla.

Tremende le fatiche e altrettanto tremendi i rischi. Una notte i lupi attaccano Jack e gli uccidono i cani costringendolo a una stremante marcia verso il più vicino posto di rifornimento. In un’altra occasione si ferisce seriamente a una gamba con l’accetta e solo la sua forte fibra gli consente di evitare la cancrena. Un’altra volta suo fratello Francesco cade nelle acque gelide di un fiume: solo l’istinto di sopravvivenza gli consente di uscire dai gorghi, accendere un fuoco e salvarsi.

Così, tra sforzi immani e mortali pericoli, Jack lotta con tutte le sue forze, scava, scava, sino a trovare, in quella mattina del 9 aprile del 1903, il grande filone che due anni dopo, nel 1905, gli consente di tornare ricco al suo paese.

Giunto a Pederobba deposita in una banca di là dal Piave un ingente patrimonio in monete d’oro, acquista case e campi, mette su famiglia con cinque figli e riallaccia i rapporti con i fratelli Gaspare e Giacomo rispettivamente emigrati in Brasile e in Francia.

Dura però solo un decennio la prosperità di Jack Costa.

Nel novembre del ’17, la rotta di Caporetto sposta il fronte del primo conflitto mondiale sul Piave, proprio a Pederobba. Sfollato con la famiglia a Pavia, vi rimane un anno e mezzo. Quando torna trova distrutto tutto ciò per cui aveva lottato. La casa svuotata e ridotta a macerie, volatilizzate le cose più preziose che aveva sotterrato in un bauletto, sequestrato dall’esercito austriaco in fuga il grosso deposito bancario.

Protagonista della corsa all’oro fra i ghiacci e fondatore assieme ad altri di Fairbanks, oggi seconda città alaskana, Jack Costa muore nel 1928 lasciandoci eredi di una storia unica in cui i più alti valori dell’intraprendenza, del coraggio, della solidarietà e dell’amore per la propria terra tracciano la parabola della vita di un uomo che ha lottato e affrontato tremende sfide nella ricerca di una vita migliore.